Jimmy Nelson

01.01.2024

Little museum of photography and visual arts



Ho conosciuto  questo fotografo grazie ad una mostra, che termina proprio in questi giorni, presso il Palazzo Reale di Milano, la foto qui sopra, icona della mostra, mi ha subito colpito ed incuriosito, pertanto sono andato a cercare su internet altre immagini e qualche notizia su questo artista.

Ho trovato delle fotografie molto belle che riraggono le popolazioni indigene dei vari angoli del mondo immortalate nel loro ambiente naturale e con i loro  costumi tradizionali, il tutto in una visione mitica ed eroica, immagini di grande effetto e magistralmente composte fin nei minimi particolari, tanto ben composte e meticolosamente studiate da rasentare a volte una percezione di un non so che di finto. Dentro di me anche il mio pensiero si è letteralmente scisso in due fazioni contrapposte: una parte di me ha subito amato queste immagini, ma un'altra voce di sottofondo le considerava stereotipate, quasi cartoline per turisti, finte e costruite a tavolino, secondo una visione estetica e culturale tipicamente occidentale.

Non avevo mai sentito parlare di Jimmy Nelson, sono quindi andato a cercare qualcosa su di lui ed ecco che subito dentro di me sono suonati dei campanelli di allerta: sui maggiori siti di fotografia infatti campeggiano dichiarazoni che lo ritraggono come un personaggio "resiliente", "radicale" e "completamente fuori dagli schemi", (vedi questa interessante intervista su Vanity Fair),  e qui ho avvertito una dissonanza dentro di me, quella stessa dissonanza che percepivo guardando i suoi lavori.

Prima di tutto perchè se sei veramente un outsider, uno completamente fuori dagli schemi e dal sistema come viene descritto, non arriverai mai ad allestire una mostra a Palazzo Reale, nel cuore di Milano, in una sede così istituzionalizzata, e non ti farebbero certo tenere pure conferenze all'università.  Per fare queste cose, per avere questa notorietà e questa considerazione, per avere queste lusinghe da parte di ambienti così formali ed istituzionalizzati come università, media e Palazzi Reali, allora devi essere ben inserito negli schemi del sistema e devi essere ad essi assolutamente funzionale.

Leggendo infatti la sua biografia e la sua storia,  mi pare di intuire che la sua vita, così come narrata, interpreti alla perfezione il copione stereotipato dell'eroe occidentale,  e riassuma in se alcuni valori, o ideali aspiranti tali, che la nostra società occidentale vuole proporre come fondamentali nel cammino dell'uomo, un percorso che tracci una sorta di esempio, una sorta di riscatto della vita, quasi un premio per un passato difficile, una moderna redenzione.

Il suo lavoro è un esempio ammirabile di lavoro artistico in grado, attraverso la sua fascinazione, di influenzare idee e sensibilità, la storia della sua vita poi offre un ulteriove valido supporto a questa narrazione che vuole elevarsi ad insegnamento, a percorso.  Appare comunque chiaro che, avendo avuto la possibilità di viaggiare per mezzo mondo fin da banbino, non stiamo parlando di un self-made man che è partito dal nulla,  ma di una persona che è partita già da un certo livello. Avendo poi letto la sua biografia, nei suoi lavori fotografici si possono intuire molte cose che trapelano fugaci attraverso gli sguardi e gli atteggiamenti dei suoi soggetti, ma forse sono solo mie fantasie. Queste fotografie non sono comunque innocenti ed ogni particolare è minuziosamente studiato, come afferma il fotografo stesso, il quale racconta di impiegare molto, moltissimo tempo nella realizzazione delle sue immagini, tutt'altro che una forma di espressione calda, passionale ed immediata, un linguaggio più che un'arte, se mi permettere questa distinzione.

Ho guardato anche alcune immagini e video dei suoi backstage e vedo che lavora in equipe, non in solitaria. Spesso noi poveri fotoamatori rimaniamo stupefatti davanti alla bellezza di certe immagini, e ci immaginiamo l'artista che le ha realizzate come un sommo maestro, quasi un mago, del quale noi non saremmo mai in grado di emularne simili risultati. Ma se pensate ad un lavoro di equipe, avendo a disposizione attrezzature di un certo livello, allora le cose cambiano. Io quando vado a fotografare sono da solo e devo portarmi tutta l'atrezzatura sulle spalle, e che deve entrare in uno zaino, non posso quindi che portarmi lo stretto indispensabile. Certo avere aiutanti che ti portano ingrombranti attrezzature in luoghi impervi, e ti aiutano nel sistemare le luci e la scenografia è tutto un altro discorso, e sono convinto che tanti di noi fotoamatori potrebbero raggiungere ottimi risultati in queste condizioni. Quindi spesso il fotografo famoso non è un mago o un supereroe, più semplicemente è uno che ha delle "possibilità" che altri non hanno. E' una caratteristica della nostra cultura quella di creare "il mito", il guru, il grande artista, il personaggio, e dipingerlo come eclettico, geniale, fuori dagli schemi, quando poi spesso queste opere sono il frutto di un grande lavoro di squadra. Anche i grandi artisti del passato avevano le loro "botteghe" con schiere di maestranze che lavoravano per loro, ma poi la storia non si ricorda mai di questi anonimi collaboratori e nei libri rimane solo il nome del grande maestro. All'artista va senz'altro il merito di saper organizzare, progettare, mediare, ideare e concretizzare le sue idee e le sue visioni, cosa comunque tutt'altro che semplice.

Con questo non voglio sminuire il lavoro di nessuno, ne voglio criticare o svalutare, io non sono nessuno per potermi permettere questo.  Queste mie parole sono solo considerazioni e pensieri strettamente personali che spesso mi frullano per la mente quando penso ai lavori di molti grandi fotografi, e mi piace condividere i miei pensieri,per dialettica, per stimolare riflessioni, e ovviamente voi sicuramente non sarete d'accordo. Ma un sano confronto di idee è sempre costruttivo.

E queste sono le considerazioni personali, poi ci sono le considerazioni culturali in merito a questo lavoro.  Queste bellissime immagini patinate vogliono essere un omaggio alla bellezza dell'umanità, ma rischiano di finire come quelle bamboline folcloristiche che andavano di moda anni fa.  Mi sembra un modus operandi tipico delle nostre società imperialiste, quello di invadere sia materialmente che culturalmente altri territori per estirparne le radici, per imporre il proprio modello di vita e di valori. Una volta annientato "il nemico", il selvaggio, una volta depauperato in segreto delle sue ricchezze, fisiche e morali,  solo allora dopo averlo reso inoffensivo, ecco che si inscena una pubblica abiura e si finge di operare per il bene, per recuperare il salvabile.  Come recita il titolo di un libro fotografico di Nelson "Before they pass away", prima che la loro muoiano, prima che le loro tradizioni spariscano, ma ormai è troppo tardi, loro sono già morti come popolo e come cultura, e quello che ne rimane è solo folclore, da vendere come souveir ai turisti, o come sterile curiosità per intellettuali occidentali che cercano un senso alle loro vite nello sciamanesimo o nelle mistiche esoticheggianti, perchè la loro cultura, spiritualmente, non ha più nulla da offrire. La nostra cultura ci ha già tutti uccisi dentro, siamo ormai come zombie agonizzanti ed insaziabilmente assetati di vita, e cerchiamo nel selvaggio, nell'esotico, nello sciamano o nel buddhista, un barlume di speranza che il nostro continente globale ormai ha complemante perduto.

E' un "genocidio", passatemi il termine forte, che nel nostro piccolo forse abbiamo fatto anche tutti noi, quando abbiamo abbracciato "il futuro" e tutte le sue false promesse, e rinnegato le nostre radici, le culture dei noistri nonni e dei nostri avi. Ora qualcuno si ravvede e cerca di raccogliere, conservare, valorizzare e diffondere queste tradizioni ormai morte, si vede in giro qualche iniziativa, qualche libro, qualche piccolo museo, ma son cose ormai morte non fanno più parte della nostra quotidianità, un mondo intero è andato perduto. Ci abbiamo creduto anche noi, ed è amaro ora ammettere di essere stati ingannati.

Hanno un retrogusto amaro queste immagini, hanno questa doppia sfaccettatura: un omaggio alla superba  bellezza dell'umanità certo, ma ricordano anche in modo un po' velato il trofeo che il cacciatore riporta a casa dopo la carneficina. Non so come la vediate voi, ma io ho un po' quest'impressione, senza nulla togliere al valore artistico, documentaristico ed umano di queste immagini, senza ombra di dubbio molto suggestive ed iconiche.

Nelson lavora in analogico, per molti un valore aggiunto, per me questione di scelte personali, una propria filosofia, senza dubbio affascinante, e si prende molto, moltissimo tempo per i suoi scatti, girando nei luoghi più impervi di tutto il pianeta, e qui torniamo al mio discorso iniziale. Le sue fotografie mi ricordano lontanamente un po' i lavori di Salgado, anche se lui lavora esclusivamente in bianco e nero e con con luci che sono di una drammaticità ben più marcata. Anche Salgado ha fotografato popolazoni indigene nel loro ambiente naturale, ma le sue foto mi sembrano più dinamiche e confidenziali, meno formali e meno impostate, più naturali insomma, mentre Nelson ha uno stile decisamente più Hollywoodiano. I suoi personaggi appaiono spesso quasi come supereroi, o come Dèi scesi sulla Tarra da qualche pianeta lontano, apparizioni surreali a volte,i loro costumi, la loro prestanza, i loro corpi ed i loro atteggiamenti sembrano riflettere letteralmente la forza e l'atmosfera dell'ambiente circostante. E forse è proprio questo impatto visivo che cattura ed affascina, come una visione a cui a volte si stenta a credere.

Guardando queste immagini, ci rendiamo conto di come tutti i nostri valori, i nostri concetti di realtà ed i canoni di bellezza, di pudore e di rispetto siano assolutamente relativi, anzi sono probabilmente del tutto fuorvianti nella logica di un sano rapporto con la Natura, la spritualità ed il prossimo.  Un esempio che mi ha particolarmente colpito, è l'abbigliamento succinto di molte popolazioni che vivono in climi rigidi: si presentano sulla neve con gambe e braccia scoperte, indossando spesso qualcosa di poco più che un paio di ciabatte, e questo ci fa capire come anche la percezione di sensazioni forti come il freddo pungente,  che consideriamo fisiche, obiettive,  siano in realtà percezioni soggettive e culturali. Ho visto a questo proposito un documentario  dove venivano mostrate popolazioni indigene che vivono nella Terra del Fuoco, fare tranquillamente il bagno completamente nude nelle gelide acque dell'artico, il tutto nella più assoluta ovvietà.

Ci rendiamo conto, con il grande lavoro di questo fotografo, di come la nostra civiltà abbia letteralmente reciso il nostro cordone ombelicale con le energie del pianeta, e di come noi ora vaghiamo orfani su questa Terra ad ammirare, affascinati ed increduli, chi ancora questo legame ce l'ha. Teniamo sempre presente però che questa nostra civiltà ha proprio questa caratteristica maniacale, quella di recidere le radici dell'uomo, per poi lasciarlo in balia di simulacri e feticci, sempre estraneo a sè stesso, sempre teso ad un orizzonte che si allontana passo dopo passo.

Grande merito quindi a Jenny Nelson, se con le sue fotografie sa spiazzare i nostri ragionamenti e sa scatenare un'ondada di pensieri così impetuosi.


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